“La propriocezione vista dal lato B…anzi dal lato P come Portieri nel gioco del calcio”

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A cura del dott. Luca Squinzani – Tecnico Preparatore Portieri Settore Giovanile TORINO FC (Giovanissimi Nazionali)

Siamo abituati tutti ad interpretare il lavoro di propriocezione come un qualcosa di prettamente legato alla prevenzione e recupero infortuni. Personalmente ritengo ci possa essere una seconda chiave di lettura legata al nostro ruolo: quello del portiere. Come per il giocatore di campo, la prestazione dell’atleta è legata a due fattori fondamentali:

1) la capacità di adattamento alle varie situazionalità di gara del gesto tecnico/motorio e 2) la capacità di anticipazione.

Quindi in chiave di preparazione, ritengo che nel giovane portiere tanto quanto nel portiere adulto, vadano allenate in modo costante le capacità propriocettive dell’atleta; in forma statica o dinamica (con e senza palla), monopodalica e bipodalica.

Lavoro integrato nel programma completo di allenamento dei nostri numeri uno che segue la strada del consolidamento ed automatizzazione dei gesti, che permetterà al portiere di selezionare il programma motorio più adatto alla circostanza.

In questo modo riusciremo a creare una maggior capacità e velocità di adattamento nella correzione degli “errori” motori/tecnici dei nostri numeri uno attraverso i feedback. Inoltre attraverso il consolidamento dell’utilizzazione ottimale delle informazioni di ritorno, andremo a migliorare in modo sensibile anche le strategie di anticipazione, basilari nel nostro sport ed in particolare nel nostro ruolo.

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Possiamo sintetizzare questo processo attraverso il circuito di Schmidt.

Noi riceviamo e percepiamo degli stimoli attraverso i recettori, tra la quale i propriocettori, che vengono riconosciuti ed identificati dal nostro corpo.

A questo punto avviene la selezione del programma motorio più adatto (Es. parata in tuffo rasoterra).

Quindi viene programmata la risposta motoria, ovvero il nostro gesto tecnico e di conseguenza l’esecuzione di questo. A questo livello intervengono le famose informazioni di ritorno o feedback che ci informeranno sullo stato di esecuzione e, ci aiuteranno ad adattare o modificare il nostro tuffo a seconda delle nuove informazioni a nostra disposizione.

Semplificando ulteriormente, possiamo paragonare il nostro corpo ad un computer.

Noi riceviamo dei dati dall’esterno, il nostro “hard disk” li riconosce e li legge.

Questo li elabora programmando e  producendo il nostro movimento. Da qui riparte il processo attraverso l’entrata di nuove informazioni sul movimento effettuato che ci permetteranno di correggerlo.

Se per ipotesi durante la fase di spinta al nostro portiere scivolasse il piede sul terreno, questo dovrà riadattare gran parte del programma motorio (tuffo rasoterra).

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Stessa cosa potrebbe avvenire nel caso il pallone avesse un rimbalzo irregolare, il terreno fosse sconnesso e quindi l’appoggio del piede instabile o di deviazione da parte di difensori ed avversari.

Non solo teoria ma anche pratica

L’applicazione di questo tipo di lavoro, trova riscontro pratico nelle situazioni d’allenamento come di gara, influenzando la prestazione del portiere e la capacità di compiere un intervento con la miglior precisione possibile anche in condizioni avverse.

Se analizziamo il contesto nel quale i nostri portieri agiscono, potremo notare che difficilmente sono chiamati ad intervenire in situazioni caratterizzate da fattori ottimali.

Viceversa possiamo affermare che molti degli interventi vengono eseguiti in stato di instabilità.

I fattori sono molteplici, ma possiamo elencarne alcuni: il terreno di gioco, la mancanza di equilibrio (es. il portiere si sbilancia per poter vedere partire il tiro tra le gambe di difensori ed avversari), palloni leggeri con traiettoria poco leggibile.

Suddividiamo questi adattamenti in due grandi categorie:

1) Interventi senza contatto,

2) interventi a cui segue scontro con l’avversario.

Nel primo caso possiamo far rientrare tutti gli interventi che il portiere effettua su conclusioni dalle varie distanze e posizioni.

Nel secondo caso dovremo far rientrare tutte le prese/respinte aeree (uscite alte) che i numeri uno sono costretti ad effettuare nelle aree affollate.

In questo caso i portieri si troveranno in forte stato di instabilità; nella fase aerea dove si dovrà eseguire il gesto a contatto ed in fase di ricaduta dove il portiere adatterà l’atterraggio, dovendo riprogrammare quello che era lo schema motorio di partenza.

Ecco perché è importante sviluppare queste capacità.

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I risultati sul campo sono stati positivi, ed hanno fornito ai portieri maggior capacità di risposta agli stimoli propriocettivi. Questo tipo di lavoro va integrato nel programma di preparazione dei portieri in modo non troppo invadente.

Una seduta settimanale di 10-15 minuti può essere sufficiente.



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