Raffaele Di Pasquale allenatore di calcio di I cat.
Posted on dicembre 12, 2010
Filed Under 1-Preparazione Tattica, 2-Preparazione Atletica, 3-Preparazione Tecnica, 4-Preparazione Mentale
Mi chiamo Raffaele Di Pasquale, sono un allenatore di calcio professionista di I categoria abilitatosi nel corso del 2010, ed ho avuto l’onore di veder pubblicata sul sito del settore tecnico la tesi di fine corso avente per titolo:
la pedagogia antiautoritaria e la metodologia operativa nel calcio di alto livello “ il calciatore ed il gruppo protagonisti attivi e creativi del processo di allenamento”.
La ragione di questo lavoro è che l ‘educazione in generale e quella sportiva in particolare oramai non possono più ignorare il contributo che le neuroscienze stanno arrecando alla didattica ed alla metodologia dell’insegnamento.
Per questo diventa inderogabile una rivoluzione metodologica che cambi negli allenatori il modo di allenare il calcio che ormai è diventato omologo e ripetitivo.
“Nel mondo del calcio regna da tempo una sorta di strana idea in base alla quale chi sa far qualcosa, per il fatto stesso di saperla fare, sa anche spiegarla, trasmetterla ad altri. Il che, palesemente, è assurdo.
L’esecuzione di un gesto tecnico è una cosa, la sua spiegazione è tutto altra cosa. Tuttora, si badi, questa idea è alla base del sapere organizzato per i corsi di formazione degli allenatori di calcio e, ancor più esplicitamente, alla base dei criteri in virtù dei quali società di calcio dal rilevante profilo economico scelgono l’allenatore per le loro squadre – giovanili incluse.
Guardandoci attorno, peraltro, scopriamo facilmente che non è soltanto il mondo del calcio ad essere afflitto da questa contraddizione: neppure l’istituzione scolastica provvede a che l’insegnante, oltre al sapere della propria disciplina, abbia anche una competenza didattica.
Anche lì si preferisce parlare di un “dono”, o di una “missione” – in altre parole si utilizza un apparato retorico che, come nei settori giovanili delle società di calcio, serve semplicemente a giustificare investimenti insufficienti e stipendi più bassi.
L’essere in “buona compagnia”, tuttavia, non allevia le nostre responsabilità. Lo stato di crisi del calcio italiano consiglierebbe drastici rimedi tramite investimenti sempre più mirati nei settori giovanili – dove, dunque, la dimensione didattica non può essere trascurata.
Ma la stessa responsabilità di un allenatore di prima squadra nel calcio d’élite non può che trovarsi di fronte al medesimo problema semplicemente spostato più avanti nell’articolazione del programma didattico.
Voglio dire che, se è quantomeno opportuno raffinare l’analisi di ingegneria inversa in relazione ai gesti della tecnica di base ed alla costruzione delle prime manovre collettive, è altrettanto opportuno agire con uguale metodica in relazione all’organizzazione di gioco espressa ai massimi livelli da calciatori professionisti.
L’alternativa è sempre quella: miro alla consapevolezza dei processi che mi conducono ad un risultato o confido nella buona sorte ? O nella giocata “magica” del talento ?
Dico semplicemente “fate come me” ed eseguo il gesto – e chi lo fa, bene e va avanti, chi non lo fa, male e rimane escluso -, oppure eseguo il gesto e lo analizzo in un tutte le sue componenti in modo tale che anche chi non lo sa fare possa impararlo ?
Siano risultati di ordine tecnico, siano risultati di ordine tattico, siano risultati di ordine individuale, siano risultati di ordine collettivo, non avrei dubbi: scelgo la via della consapevolezza.
Nonostante sappia bene quanta fatica comporti e quanto ancora ci sia da scoprire su noi stessi prima di poterci dire soddisfatti della nostra competenza didattica.”
La lettura di questo articolo del prof. F.Accame fu per me una folgorazione:
nel piccolo era quello che andavo sostenendo da sempre!
La ricerca metodologica è una costante della mia attività di docente di Educazione Fisica nel Liceo dove insegno.
Qui, da tempo adotto i principi della metodologia operativa che mi ha consentito di affrontare e risolvere diversi problemi di natura didattica.
L’esperienza maturata in ambito scolastico attraverso un costante e continuo aggiornamento, ultimo dei quali organizzato nel mese di Aprile di quest’anno, avente per tema “Didattica e Neuroscienze “ tenuto dal prof. Filippo Gomez Palma, docente presso l’Università degli Studi di Salerno, mi ha messo nelle condizioni di padroneggiare meglio gli aspetti di tale metodologia e di assumere la decisione di trasferirla in ambito calcistico.
LA METODOLOGIA OPERATIVA:ANTIAUTORITARIA E NON-DIRETTIVA
La Metodologia Operativa (M.O.) è un metodo di studio della mente umana radicalmente innovativo rispetto ai metodi tradizionali, quelli cioè della neurobiologia, psicologia cognitiva, linguistica, intelligenza artificiale e filosofia.
La M.O. è nata negli anni ’50, fondamentalmente per opera di Silvio Ceccato, il cui pensiero ha raggiunto la piena maturità negli anni ’60 e ’70. L’evoluzione della M.O. continua sino a oggi grazie al contributo di altri ricercatori, che insieme costituiscono la Scuola Operativa Italiana (S.O.I.).
I risultati, pratici e teorici, che possono essere ottenuti adottando il punto di vista della M.O. nello studio della mente umana sono a mio avviso molti ed importanti. Essi sono di almeno quattro tipi.
1) Per prima cosa la M.O. consente di cominciare a soddisfare una curiosità millenaria, quella dell’uomo nei confronti della propria mente. La mente umana, che ha ottenuto risultati così brillanti in tutti i campi in cui si è applicata, quando ha cercato di capire se stessa, il suo funzionamento, ha registrato molti insuccessi. In questo campo si ha l’impressione di trovarsi come davanti ad una barriera invalicabile. La M.O. permette di aprire un ampio varco in questa barriera.
2) Secondariamente, a mio avviso la M.O. è l’unico tipo di approccio allo studio della mente umana che può portare ad avere successo nel difficilissimo compito di riprodurre artificialmente il suo funzionamento.
È un fatto che ad oggi, a dispetto degli enormi progressi fatti nel campo dell’elettronica, dell’informatica e della cosiddetta Intelligenza Artificiale, nessuna macchina è in grado di riprodurre quella che da sempre il senso comune ha considerato la caratteristica distintiva della specie umana,quella di pensare e parlare, nemmeno nelle sue forme più semplici, come descrivere una scena che vediamo.
La M.O. ha una soluzione da proporre per quanto riguarda il problema del significato di quelle parole come le preposizioni, le congiunzioni, gli articoli, i pronomi, verbi ed avverbi fondamentali ecc. che sono assolutamente indispensabili per parlare e per pensare.
Il presupposto fondamentale della M.O. è che i significati di queste parole fondamentali siano rappresentati da delle sequenze di operazioni mentali, ed è pertanto teoricamente possibile che noi riusciamo a riprodurre queste operazioni effettuate da organi naturali (cioè specifiche strutture nervose) anche con degli organi artificiali.
A mio avviso questo presupposto è l’unico che permette di sperare di avere un qualche successo in questo difficilissimo compito.
3) La M.O. ha anche importanza nel campo della didattica di molte discipline. I cosiddetti “enti fondamentali” della aritmetica e della geometria, come il numero, il punto, la linea ecc. non sono stati a tutt’oggi definiti in maniera soddisfacente e chiara. Egualmente, le cose di cui si occupa la grammatica,cioè preposizioni, congiunzioni, casi, ecc. sono stati semplicemente classificati, ma non è stato definito il loro significato; e nozioni fondamentali per la grammatica come quella di nome, verbo ecc. sono pure definite in maniera insoddisfacente.
In pratica questo non ha conseguenze sull’apprendimento di queste discipline da parte degli allievi, perché i bambini capiscono benissimo (perché sanno eseguire le relative operazioni, anche se inconsapevolmente) che cos’è un numero, un punto, un nome ecc. anche se noi non sappiamo dare delle definizioni soddisfacenti di essi. Tuttavia darne di soddisfacenti e chiare rappresenta sicuramente un progresso auspicabile.
A questo proposito è bene precisare che la M.O. non permette assolutamente di migliorare la nostra conoscenza delle varie discipline né intende insegnare agli insegnanti la loro materia o come la si insegna. Semplicemente, essa permette di chiarire il significato degli elementi fondamentali di queste discipline come il numero, il punto, il nome, il verbo ecc.
Inoltre, la M.O. fa sì che l’allievo non solo svolga quell’attività mentale necessaria per la comprensione delle varie discipline, ma anche che rifletta su questa attività stessa ed abbia a questo proposito delle risposte chiare e precise.
Questo ha sicuramente un valore formativo sulla sua mente.
4) La M.O chiarisce che i molteplici atteggiamenti che l’uomo può assumere (scientifico, estetico,economico, di gioco o lavoro ecc. ecc.) sono conseguenza di diversi tipi di operare mentale. Questa consapevolezza consente di sviluppare una mentalità meno rigida, polivalente, più tollerante nei confronti degli altri e permette una maggiore adattabilità alle circostanze.
Il presupposto fondamentale della M.O. è quello di concepire la mente umana come un insieme di operazioni, espressione del funzionamento di strutture nervose, vale a dire come qualcosa di attivo.
Al contrario la tradizione filosofica classica ha spesso concepito la mente come qualcosa che “riflette” passivamente gli oggetti esterni. Le operazioni mentali, per la M.O., sono principalmente rappresentate da operazioni dell’attenzione.
L’operare dell’attenzione che, credo, ognuno di noi avverte benissimo avvenire in sé è, secondo la M.O., espressione del funzionamento di strutture nervose, sicuramente estremamente complesse, la cui descrizione è compito della neurobiologia. Quest’operare è tuttavia anche analizzabile nei suoi costituenti basilari mediante un metodo essenzialmente di tipo introspettivo, i cui risultati potranno trovare un riscontro con quelli futuri della stessa neurobiologia, con la quale pertanto la M.O. si pone in rapporto di collaborazione e reciproco arricchimento.
L’attenzione tuttavia, secondo la S.O.I., ha un ruolo chiave non solo nella costruzione delle categorie mentali ma anche nella percezione.
Per rendersene conto basta per esempio notare che un momento fa, mentre la nostra attenzione era concentrata sulla lettura di queste righe, non avvertivamo alcuni stimoli poco intensi come ad esempio la pressione delle nostre braccia sui braccioli della poltrona o delle nostre dita sul foglio di carta, dei nostri piedi sul pavimento, rumori deboli e continui provenienti dall’ambiente ecc.
Ora invece noi li percepiamo perché l’attenzione si è focalizzata su essi.
La M.O. ha chiamato questi complessi di operazioni mentali “categorie mentali” (in omaggio a Kant, che per primo ne intuì la natura).
PRINCIPI DELLA METODOLOGIA OPERATIVA
- l’unità della persona con attenzione agli aspetti emotivi e relazionali oltre a quelli cognitivi;
- l’individuo attore del processo di apprendimento;
- la promozione e lo sviluppo di competenze acquisite attraverso un personale percorso;
- la ricerca costante dell’autonomia e dell’autodeterminazione;
- il pluralismo metodologico.
PLURALISMO METODOLOGICO
rifiuto di qualsiasi pregiudizio ;
abbandono di ogni concezione autoritaria;
superamento del dogma pedagogico;
ampio spazio assegnato alla creatività;
disponibilità ad un’azione di ricerca didattico-collaborativa liberata da qualsiasi condizionamento.
SCOPO DELLA METODOLOGIA OPERATIVA
Sollecitare e/o potenziare le risorse della singola persona in apprendimento attraverso l’uso di metodologie didattiche interattive che consentano ai calciatori di valorizzare le proprie qualità e di acquisire competenze orientative, trasversali e funzionali: continue interazioni orizzontali e verticali dei principi e delle fasi di gioco.
NEL PROCESSO METODOLOGICO OPERATIVO…
Il Metodo diventa:
un procedimento elaborativo-situazionale di contenuti in continua evoluzione teso a stimolare l’apprendimento consapevole, per consentire al calciatore sia individualmente che nel gruppo di acquisire competenze sempre più personalizzate (saper fare-giocare) attraverso l’attivazione del processo a spirale “imparare per imparare”.
DIDATTICA COLLABORATIVA
l’allenatore favorisce nel calciatore la costruzione consapevole di propri percorsi;
l’allenatore sollecita nel calciatore la spinta ad apprendere;
l’allenatore promuove un atteggiamento euristico;
l’allenatore è uno dei lati del triangolo educativo.
Il triangolo pedagogico
Processo “insegnare” Sapere
Processo “apprendere” Allievi
Processo “formare” Docente
Per sapere qui non si intende soltanto la conoscenza razionale ma ogni altra forma esplorativa della realtà, di tipo percettivo,emotivo, all’interno di un continuo processo circolare sia a livello del singolo (saperi individuali ) sia a livello del gruppo (saperi sociali e culturali ).
Questi gli aspetti caratteristici tra di loro connessi che devono sostanziare l’azione educativa così brevemente riepilogati:
-carattere attivo del sapere, il calciatore elabora e non subisce quando è chiamato a cimentarsi con situazioni problematiche da protagonista;
-carattere partecipativo della creazione, il calciatore risponde in modo non stereoripato quando è in una situazione di autoapprendimento;
-carattere investigativo della creazione dei saperi, il calciatore matura nuovi saperi e non riproduce saperi in forma ripetitiva quando è posto di fronte a questioni da risolvere;
-carattere rappresentativo della realtà nella creazione dei saperi, il calciatore perviene a saperi inediti quando lavora attorno alla sua (individuale e/o di gruppo) rappresentazione della realtà e non con saperi da essa disgiunti;
-carattere trasformativo della creazione dei saperi, il calciatore che modifica arricchendola la sua rappresentazione della realtà personale e quella del gruppo in cui opera, anziché chiudersi nella sua semplice conservazione.
Quindi l’idea è:
partire dal lavoro concreto e dalla sperimentazione attiva.
Il tutto in coerenza con il principio di autodeterminazione personale che tiene conto dell’individualità dei calciatori, per orientare le attività in modo da agire come “guida al loro fianco” e rendere l’apprendimento un’impresa collaborativa in cui i calciatori si aiutino reciprocamente, perseguendo la logica dell’interazione e della pariteticità educativa.
Questo tipo di didattica tiene conto di questi concetti nella sequenza insegnamento – apprendimento, vale a dire promozione di un processo attivo, intenzionale, rivolto a soggetti che diventano ”curiosi” perché coinvolti nell’azione di apprendimento come attori, che operano per costruire la loro conoscenza e che non ricevono in modo trasmissivo un sapere codificato e predeterminato.
Un processo così complesso, che è la risultante di molti fattori interagenti: elementi cognitivi, affettivi, socioculturali, esperienziali, didattici, organizzativi, pone all’allenatore l’acquisizione di una serie di competenze.
IL RUOLO DELL’ALLENATORE IN QUESTO PERCORSO SARA’QUELLO DI PRESTARE ATTENZIONE ALLO:
# Studio delle diverse metodologie e strategie;
# Studio della psicologia dell’allievo;
# Studio dell’organizzazione didattica.
Il tema dell’organizzazione didattica considerato che le abilità variano da calciatore a calciatore è di notevole importanza.
Pertanto occorre che le attività siano:
preordinate;
organiche;
graduali;
logiche;
pertinenti;
correlate;
trasferibili;
su misura degli allievi.
INOLTRE,L’ALLENATORE SARA’ COLUI CHE
. non impone il proprio punto di vista;
. non suggerisce le soluzioni;
. non prospetta le decisioni;
. non si propone come il depositario della verità.
INVECE
è un consulente di processo;
sa ascoltare;
permette a tutti di esprimersi;
aiuta il singolo ed il gruppo a progredire;
consente a tutti di prendere coscienza della situazione;
concede al gruppo di chiarire il percorso utile al successo.
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2 Responses to “Raffaele Di Pasquale allenatore di calcio di I cat.”
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Ottimo lavoro, grande cugino! Un abbraccio
Mister Di Pasquale A Venosa ti ricordiamo sempre con tanto affetto. Quell’anno trascorso insieme è stato pieno di problemi e difficoltà, ma non possiamo dimenticare la tua grande competenza, professionalità e la capacità di motivare i ragazzi anche quando tutto sembrava perso.
Il calcio espresso dall’Horatiana, diciamo pure, una sqyadra inesperta d imbottita di ragazzini, ha sempre destato enorme impressione su tutti i campi. L’emblema di quella maledetta stagione è stata la partita con la capolista Aversa Normanna, una corazzata, che poi andò in C2?Ricordi? Perdemmo con l’unico tiro in porta dopo aver dominato per tutti e 90 i minuti.
Sei stato un grande esempio per tutti e dispiace non vedere un professionista serio e competente come te in piazze calcistiche importanti. Lo meriteresti veramente tanto.
Un caro saluto dalla Venosa sportiva, genuina, passionaria e riconoscente per quello che ci hai lasciato ed insegnato.
Un carissimo saluto ed un in bocca al lupo per il futuro.
Dr. Roberto Savino
(tifoso dell’Horatiana Venosa)